venerdì 12 giugno 2009

Nuovo racconto di Dakkar

Chiedo scusa per la lunga assenza. Chiedo scusa a quelli che mi hanno scritto. Nonostante io sia Penelope sono comunque umana, e questo è anche per me periodo di esami.
Direi anche, senza però voler parlare troppo di me, che ho provato a rendere una passione un'abitudine, ma non ha dato i suoi frutti. Ho una testa troppo leggera. Movimenti troppo incostanti.
Ma in fondo, di questo blog vanno apprezzati anche i lunghi silenzi oltre le molte parole.
Segue qui un racconto di Nashir Dakkar, diventato mio fedele scrittore. Un racconto che intreccia un filo per me inaspettato a quelli che già tessevo.



PAURA: ATTO PRIMO

Vasco Schiavone camminava soddisfatto per le vie di Gotham. Respirava a pieni polmoni
l'aria fresca della sera: la pioggia aveva smesso da poco e la puzza della città sarebbe rimasta intrappolata nelle pozze per un po'.
Camminava fiero di se stesso, rigirandosi il tirapugni tra le dita nella tasca della giacca nuova. Era il suo portafortuna, un piccolo gioiello, che all'occorrenza poteva sfoderare una lama di dieci centimetri affilata come un rasoio. Così come sentiva il calcio della grossa Luger 9mm che batteva a ritmo con il passo contro i muscoli del petto.
Le armi facevano sentire Vasco al sicuro. Non che ne avesse realmente bisogno: alto due metri e cinque centimetri grosso come un armadio. Il cranio rasato e un piccolo pizzetto,appuntito ad arte con abbondanti dosi di gel, lo rendevano un diavolo, un enorme cazzuto diavolo con il quale era meglio non mettersi contro. Così lo chiamavano gli altri ragazzi al club del boss, Vasco The Italian Devil, o O'Demon, storpiando la sua pronuncia italiana.
A Vasco piaceva che la gente lo temesse, vedeva come le persone che incontrava lo guardavano impaurite; certe volte urtava i passanti apposta per provocarli, e vedere come quelli si ritirassero in silenzio senza dire una parola, paralizzati dal terrore della sua massa enorme.
Quello era stato un mese buono per Vasco, lo avevano appena assunto in uno dei locali più in della città; lo avevano assunto come buttafuori, naturalmente.
Il boss era nient' altro che Carmine Falcone, Vasco provava una profonda ammirazione per il boss. Vedere il modo con cui tutti lo rispettavano, con cui tutti lo temevano, era qualcosa che anche lui avrebbe voluto, e che un giorno sarebbe riuscito ad ottenere.
Il lavoro era buono, ogni tanto doveva pestare qualche idiota che voleva fare il buffone o che si metteva in testa di pestare i piedi al boss, questo lo divertiva sempre, lo aiutava a distendere i nervi. A volte, quando ne avevano bisogno, lo mandavano nell'East End, per rifornire qualche pusher rimasto a secco, la parte più bella di quel lavoro era che gli permettevano di tenersi qualche assaggio per se, e la roba di Carmine Falcone era sempre buona.
Adesso si era anche messo insieme a Norma, una delle spogliarelliste che lavoravano nel locale del boss. Certo, spesso Norma era una testa calda, e, quando gli parlava in inglese velocissimo lui non capiva doveva tirarle qualche schiaffo per ricordarle che era lui l'uomo. Però aveva un bel corpo, era giovane e apprezzava gli svaghi; non che si fosse mai chiesto se avessero qualcosa di realmente in comune, non gli importava, e a lei nemmeno, si era messa con lui per il senso di protezione che riusciva a darle e a lui questo era sempre bastato.
Mentre camminava, tronfio e rilassato, sentì il rumore di piccoli tacchi che battevano contro l'asfalto del marciapiede, si voltò verso l'altra parte della strada, una donna stava camminando da sola, debolmente illuminata dai lampioni malridotti. La strada era deserta, solamente qualche barbone e qualche drogato accasciati per terra. Improvvisamente a Vasco venne l'impulso. Si sentiva potente, ma quella donna: come si permetteva di camminare da sola per strada la sera, per la sua strada. Cioè quanto doveva essere puttana per fare una cosa del genere? Era ovvio che aveva bisogno di una lezione, la reclamava, era come se gli stesse gridando di farlo, gli lanciava segnali in continuazione.
Era quello che voleva.
Lentamente, senza fretta, Vasco si portò sull'altro lato della strada, cominciò a fischiettare.
Lei si voltò un attimo, come se non volesse essere vista, poi affrettò il passo. Vasco regolò
la sua andatura di conseguenza, cominciò a sentire l'adrenalina pompargli nel sangue, già pregustava il tutto. Fecero una decina di metri, poi lei cominciò a correre, Vasco la seguì, i
tacchi di lei non le permettevano un'andatura troppo rapida, su un dosso, perse l' equilibrio e cadde, lui rallentò, non c'era davvero fretta.
Lei si rialzò faticosamente lamentandosi, e si trascinò dentro un vicolo, forse sperava che lui non la vedesse, che continuasse per la sua strada, ma, ovviamente, non fu così.

Vasco tolse le mani di tasca e si affacciò al vicolo, diede una rapida occhiata: era buio,
molto buio, l'unica luce erano i flebili raggi di un lampione dall'altra parte della strada. Per
un attimo il cielo fu schiarito da un lampo, presto sarebbe ricominciata la pioggia.
Vasco la vide, era rannicchiata dietro alcuni bidoni della spazzatura, due o tre erano rovesciati, si sentiva un gran puzzo. Aveva il volto impietrito, e divenne ancor più pallido quando lo vide avvicinarsi, frugò nella borsetta e tirò fuori un piccolo cilindro. Lui si avvicinò. Lo spray lo colpì su una guancia provocandogli un leggero pizzichio. Oramai era abituato, ghignò e la prese per i polsi, lei cominciò a gridare.
Era molto giovane, forse aveva sedici anni, forse meno, le più assatanate, con quell'aria
da santerelline, c'era una sola ragione per la quale si mettevano i tacchi e si vestivano con gonne così corte, pensò Vasco.
- Sta calma piccolina! Lo zio Vasco sa cosa vuoi, ed è pronto a dartelo!- lei gridò ancora, il volto rigato dalle lacrime, il trucco sfatto, impotente nella sua presa poderosa.
Lui le afferrò entrambe le mani con la sinistra, mentre con la destra frugava in tasca in cerca del coltello; lei provò a tirargli calci, ma questo lo fece solamente arrabbiare di più, le diede un ceffone che la lasciò mezza tramortita, poi estrasse il coltello e fece scattare la lama.
Scintillò alla luce del lampione, mentre, con mosse rapide e confuse si avventava sui suoi vestiti, lei provò a gridare ancora. Questa volta c'era un aria di supplica, come di arresa, lui non si fermò, adesso aveva messo in mostra il seno; giovane e piccolo, avvolto in un reggiseno nero.
Vasco ghignò ancora, si slacciò la cintura, poi la sentì.
Una voce profonda come la notte, oscura come l'abisso, gelida come la morte - Fermati-.
Si impietrì, provò a voltarsi ma non vide nessuno, si dimenticò della ragazza e scrutò le tenebre. -Chi cazzo sei?- urlò al vuoto brandendo il coltello, poi le tenebre si mossero: vide qualcosa cadere in fondo al vicolo e ammassarsi per terra, la massa scura si alzò lentamente, come se fosse la morte stessa che usciva dall'inferno.
Vasco la vide, illuminata per un attimo dalla luce di un secondo lampo, fece un passo all'indietro. Doveva essere alta almeno tre metri, lo fissava con due fessure bianche, gli occhi più crudeli che Vasco avesse mai visto, arretrò ancora, incapace di agire.
Per Vasco tutte le storie che circolavano erano solamente ridicole leggende metropolitane.
Aveva sentito del pipistrello, come tutti a Gotham, ma non ci aveva mai veramente creduto, pensava che fosse una di quelle cose che si raccontano così, per spaventare i pivelli, ma adesso era lì, davanti a lui, ne era sicuro, anche se non lo aveva mai visto era sicuro. Era Batman.
Batman cominciò ad avanzare, era come se fosse fatto di ombra, Vasco distingueva solo
le orecchie appuntite, gli occhi e vagamente i contorni del corpo, anche se adesso sembrava più piccolo, Vasco non riusciva a mettere a fuoco i suoi sensi.
Strinse il coltello nella mano fino a sbiancarsi le nocche. In fondo Batman era solamente uno, poteva essere un uomo, aveva sentito dire qualcuno dei ragazzi che in realtà Batman doveva essere un uomo travestito, questo pensiero, per quanto in quel momento gli sembrò vago e quasi ridicolo, gli permise di aggrapparsi ad una speranza di farcela. Cercò di dimenticare tutti quelli che aveva visto con braccia rotte e costole incrinate, allora non ci aveva dato importanza, pensava che gli sbirri avessero usato la mano pesante, adesso aveva paura anche per la sua anima.
Gridando, si lanciò verso l'ombra.
Ma Batman non c'era già più, la lama saettò nel vuoto mentre scompariva per ricomparire a fianco di Vasco. Sentì il braccio bloccato, come in una morsa d'acciaio, poi il corpo gli si sollevò e si schiantò sul muro di fronte.
Vasco tossì e cercò di rimettersi in piedi, davanti a lui l'enorme figura nera, pronta e in posizione; accecato dalla paura e dalla disperazione si rialzò e, gridando come un pazzo, si scagliò sul pipistrello menando fendenti. Batman non si scompose, schivava i colpi come se Vasco si fosse mosso al rallentatore.
Nessuno può essere così veloce, pensò Vasco, nessun uomo può muoversi così, deve essere un fantasma, poi, con una mossa fulminea un braccio spuntò dalle ombre e gli afferrò il polso.
Si piegò e fermò l'assalto mentre una mano forte come una morsa gli stritolava i nervi e le ossa, lasciò cadere il coltello, provò a ribellarsi, ma un secondo braccio spuntò dalle tenebre, colpì Vasco all'altezza del gomito, la giuntura si piegò in modo innaturale con un flebile crack, come se il braccio muscoloso dell'uomo fosse stato di gomma. Ululò dal dolore, Batman lo lasciò e lui si accasciò a terra.
Confuso e terrorizzato Vasco aveva già perso il controllo della sua vescica, si sentiva impotente come un pupazzo di pezza nelle mani di un demone, il braccio gli scoppiava dal dolore. Poi sentì il calcio della Lugher sul petto. Concentrando tutti gli sforzi allungò la mano sinistra e afferrò la pistola. Adesso Batman era girato, si stava chinando sulla ragazza, forse voleva mangiarla, forse il prossimo sarebbe stato lui. Doveva fare qualcosa.
Con il pollice tremante armò il cane con uno scatto oliato, poi cercò di mantenere dritta la mira, la ragazza si sporse e lo vide, urlò ma Batman era come se avesse visto nel futuro.
La pistola tuonò in aria con fragore, la mano nera di Batman era serrata attorno a quella di Vasco.
La pistola puntata in aria. L'uomo sentì le dita scricchiolare sotto la mano del pipistrello, l'anulare si spezzò come un ramoscello. Fece per cacciare un secondo urlò,ma Batman lo afferrò per la giacca, lo sbattè contro il muro e gli sussurrò con la voce dell'oltretomba
-Sei finito verme schifoso, la prossima volta che ti incontro ti porterò all'inferno. So chi sei Vasco Schiavone, so chi sei e cosa fai, dillo anche al tuo capo, spargi la voce tra la feccia come te. Io sono Batman e questa è la mia città!-
Poi lo lasciò andare. Vasco guardò a terra , la vista annebbiata dal dolore, l'ultima cosa che vide fu il piede di Batman dritto verso la sua faccia.